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IL FATTORE C
Salve, sono Dario Dellaquila e pratico powerlifting da un po di tempo, con discreti risultati, anche se credo che potrei fare di meglio se solo mi allenassi come dovrei….
Vi contatto perche’ mi piacerebbe far porre l’attenzione su un fattore che spesso viene sottovalutato o tralasciato, dando ampio spazio ad allenamento fisico e tecnica.
Premetto che per me allenamento fisico e tecnica sono fondamentali per lo svolgimento del powerlifting ad alti livelli.
Credo però anche che il fattore c, che non e’ altro che il fattore cervello, ossia la testa, e cioe’ la capacità di accedere a quegli stati mentali che permettono ad un atleta di raggiungere performance impensabili, sia una componente allenante che però spesso si riduce al dire: “stai concentrato”.
Oggi le moderne tecniche di neuroscienza danno degli strumenti utilizzabili nello sport per il raggiungimento di performance d’eccellenza; non a caso la figura del coach mentale, sta prendendo piede ormai in quasi tutte le discipline sportive.
Mi piacerebbe capire qual’e’ l’orientamento di chi pratica il powerlifting, rispetto all’uso del fattore c, come componente allenante, all’interno di un programma.
Devo dire inoltre che è la capacità di accedere a certi stati mentali in modo scientifico che porta l’atleta anche se spesso inconsapevolmente, dato che non sempre è in grado di riprodurli, ad un livello di eccellenza sportiva.
Lo stato di flusso è quello stato mentale che un’atleta raggiunge quando svolge prestazioni esagerate rispetto a ciò che pensa di poter fare, e sarebbe bello imparare a riprodurlo.
In esso, egli percepisce uno speciale equilibrio tra le proprie abilità e la sfida in corso, sente una particolare unità tra azione e coscienza, ha obiettivi chiari, possiede un feedback immediato, è totalmente concentrato sul compito, ha un eccellente senso di controllo, è totalmente disinteressato del proprio o dell’altrui giudizio, percepisce il passare del tempo in maniera diversa (per es. più veloce o più lento), prova un grande piacere ed appagamento per l’azione che sta conducendo in sé. Il meglio del meglio, dunque, di ciò che si possa augurare ad un atleta all’inizio di una performance.
Mi limiterò a buttare un amo per capire se c’e’ ricettività rispetto a questi argomenti
da parte di chi pratica powerlifting da più tempo e a livelli piu’ elevati del mio, magari proponendovi, ove condivise, figure professionali da inserire nei corsi che potrebbero aiutarci a portare le prestazioni ad altri livelli.
Resto a disposizione e ringrazio
Ciao. Non ho ben capito in che cosa consisterebbe il coach mentale.
Un assistente che ti aiuta a restare concentrato mentre ti alleni e ti sprona in modo da farti tirare fuori il massimo? Questo ruolo mi sembra già coperto dagli allenatori più seri.
Abadjev per spingere i propri atleti a dare il massimo li faceva allenare simulando le condizioni della gara: di fronte ad un pubblico. In queste condizioni l'atleta produceva più adrenalina e questa condizione lo aiutava ad avere una performance migliore; a dare di più in altre parole.
Sinceramente io questa figura del coach mentale o motivazionale non l'ho ancora vista da nessuna parte. E mi piacerebbe averne un esempio concreto, se puoi darmelo.
Quando guardi gli olimpici o anche solo i professionisti delle mma, intorno all'atleta vedi solo il suo team: preparatori e compagni di squadra, che ti aiutano, ti spronano, ti consigliano. Ad alti livelli la squadra porta con sé anche uno psicologo, perché può essercene bisogno (pensiamo agli attacchi di panico della Pellegrini o ad un atleta con gravi problemi familiari), ma al momento della prestazione di gara si è sempre da soli e super concentrati. Alla fine le motivazioni uno le deve trovare dentro di sé, non gliele possono fornire gli altri.
Interessantissimo l'argomento, si collega un pò all'articolo "Perché solo contrarre i muscoli non basta più"....resto a leggere con interesse la discussione
Ps: Deadboy, a me è subito venuto in mente lui 😀
http://www.youtube.com/watch?v=X03Li52vK1o
Ahahah 😀
Ed è la prova di quel che ho detto, perché Graziani era la prima volta che ne vedeva uno. Evidentemente prima facevano bene anche senza.
A me invece è venuto in mente il film Lifting King Kong, dove il coach della nazionale koreana di sollevamento pesi aiutava le atlete a concentrarsi sulle alzate picchiandole con un bastone.
Sinceramente, proprio nel PL, non vedo come si possa pensare ad una figura del genere. L'allenatore e i compagni di squadra bastano e avanzano. Io mi guardo i video di allenamento dei nazionali norvegesi e non vedo nessun motivatore: quando sollevano carichi da gara i compagni gli si mettono intorno e li spronano, tutto qui.
Per uno che si è sempre allenato da solo già allenarsi insieme ad una squadra gli farebbe fare un salto avanti notevole in termini di prestazione, sia per l'aiuto sulla tecnica, sia per la sicurezza degli spotter, sia per la spinta motivazionale e competitiva che questa situazione può comportare.
Ciao,
credevo di essere io a rompere il ghiaccio ma mentre scrivevo hai già ricevuto 3 interventi 🙂 .
Si parlava di qualcosa del genere in un [url= http://www.rawtraining.eu/allenamento-mentale/perche-solo-contrarre-i-muscoli-non-basta-piu/ ]articolo di Trabucchi[/url] apparso su questo sito qualche settimana fa.
Lo stato di flusso - come Goleman insegna - è ormai un fatto, anche se capita raramente di parlarne. E' come dici tu quella condizione che ti permette una mirabolante prestazione senza che tu stia in quel momento pensando alla prestazione.
Un po' il concetto orientale dello svuotamento mentale (scrivento mi vengono in mente i vari film di Bruce Lee e simili in cui il maestro ammoniva l'allievo di non preoccuparsi della vittoria o della sconfitta).
Nello specifico non sono un power lifter, ma da sportivo posso dirti di essermi avvicinato a questo stato fisico-mentale. Come (ex) lottatore bisettimanale, basandomi totalmente sulla mia personale esperienza, identifico come promotori di tale stato 2 principali fattori: la tecnica e la passione.
Entrambe, da sole, nessarie ma non sufficienti. Una tecnica consolidata ti permette infatti di non dover pensare al gesto atletico (o concatenazioni) che si deve eseguire in quel momento, e quindi di stare rilassato. La passione invece fornisce motivazione, adrenalina e quel carburante che predispone mente e corpo ad "abbandonarsi" completamente a quello che si sta facendo.
E' per me appunto la commistione di queste due condizioni permette all'atleta (così come al chirurgo, al meccanico, al compositore, ecc.) di gestire senza sforzo la prestazione.
Come diceva il prof. Csikszentmihalyi (spero di averlo scritto giusto), che elaborò per primo la teoria del "flusso", indica come tale esperienza sia possibile nel "sottile strato che si trova fra noia e ansia".
Cosa che nella mia limitata esperienza di gara ho potuto sperimentare (tra l'altro con successo).
Non credo però che un coach mentale possa aiutare l'atleta a entrare nello stato di flusso.
Sicuramente potrà aiutarlo a costruire una maggiore determinazione e una maggiore resilienza, ma sono un po' scettico sulla possibilità che un intervento esterno possa influire positivamente sul raggiungimento dello stato di flusso...
Ciao, rispondo un po a tutti
D: “Un assistente che ti aiuta a restare concentrato mentre ti alleni e ti sprona in modo da farti tirare fuori il massimo? Questo ruolo mi sembra già coperto dagli allenatori più seri”
R: Non è ciò a cui mi riferivo.
E’ evidente che si tratta di un luogo comune quello che vede il “coach mentale” come uno che tira fuori delle risorse all’atleta urlando o bastonandolo.
Non è il coach mentale a far entrar l’atleta nello stato di flusso, ma l’atleta stesso, conoscendone il processo ed essendo in grado di riprodurlo.
Non si tratta di una persona che dall’esterno ti sproni, o di una squadra, ma di qualcuno di competente che renda edotto l’atleta di ciò che la scienza oggi riconosce come un dato di fatto, e cioè di quei processi mentali che portano l’atleta ad esprimersi al meglio.
Si tratta quindi di imparare a riconoscere i processi mentali che portano l’atleta ad essere nello stato di flusso ed imparare a riprodurlo con l’uso di un protocollo di allenamento mentale che si affianca a quello fisico e tecnico.
In molti sport oggi gli atleti che si esprimono al meglio di se, lo fanno inconsapevolmente, solo per un 70% del loro potenziale, ed anche se lo fanno non riescono a riprodurre a comando la prestazione.
La differenza tra un grande atleta ed un campione oggi credo stia proprio in questo. C’è chi lo fa in automatico, anche se non ne è consapevole, il grande atleta, e chi lo riesce a riprodurre al momento della prestazione agonistica, il campione.
Non sto dicendo che è facile, ma che per il valore che ha come risorsa, è troppo sottovalutata o addirittura sconosciuta ai più.
Mi sa che hai frainteso.
Io per coach mentale (definzione che hai introdotto tu) intendo quello portato ad esempio da Gladio, non il comune allenatore e ancora meno quello della nazionale koreana di cui ho detto. Quelli sono allenatori nel senso proprio e tradizionale del termine, ognuno con il suo metodo. E molto spesso questi hanno finito per giocare un ruolo determinante nella formazione dell'atleta come persona e nella sua evoluzione a campione, aiutandoli a tirare fuori il meglio. Penso a Cus D'Amato e Mike Tyson per esempio, o ad Alì e Angelo Dundee.
Sarei, però, curioso di sapere che tipo di approccio proponi per insegnare all'atleta come riprodurre a comando lo stato di flusso. Dialettico* o come?
Personalmente sono a dir poco scettico in proposito. Lo dico con tutto il rispetto, intendiamoci.
*intendo dire, ragionandoci insieme e basta o come? come si sviluppa questo processo?
Questo dovresti chiederlo a chi il coach, lo fa di mestiere. Non a me.
Per ciò che concerne i protocolli da seguire, sta a chi ha la competenza nel settore, mettersi in cattedra e spiegare il come.
Io sto solo cercando di introdurre un concetto nell'allenamento dello sportivo, ancor piu' se agonista, a cui non tutti danno il giusto peso.
C'è una sproporzione esagerata tra i protocolli di allenamento fisico e quello mentale, in termini di diffusione al grande pubblico, nell'ambito dello sport.
Ciao a tuitti,
sono molto felice di vedere che qualcuno ci propone uno spunto del genere.
Personalmente quando penso ad un mental coach "coi fiocchi", o insomma al coach che assumerei, potendo, penso a Tony Robbins, l' uomo col vocione più motivante che ho sentito!
:-)... chiaramente in realtà ognuno trova più motinante una persona con la "chiave del subconscio" risonante alla propria (v. libro Il Codice Umano, Dott. Butto).
Nel mio piccolo conduco una continua sprimentazione sulla ricerca ed il raggiungimento dello stato di flusso, come viene chiamato in questa sede.
Sono completamente daccordo che è giunto il momento di mettere in atto un processo di unificazione di varie discipline, tutte depositarie di una parte di sapere, che non si sono mai "messe allo stesso tavolo".
Nella mia esperienza personale, per esempio, mi è capitato di studiare lo sato di flusso, come "stato di presenza" o "ricordo di se", ecc... durante la pratica di auto-osservazione dei propri stati emozionali come viene insegnata nella tradizione magico/alkemica.
Ho trovato naturale e stimolante trasferire "l' applicazione" nella mia pratica sportiva, che a questo punto forse non è più solo sportiva.
In effetti il mio punto di vista è che oltre alle capacità condizionali e coordinative che devono crescere in armonia, ci sia un terzo fattore meno evidente che va coltivato con attenzione.
Ciao a tutti, rispondo a chi cercava qualcosa di concreto.
Al momento non ho video da proporvi, ma vi posso lasciare la email di un coach che interagisce con gli sportivi.
Lui saprà di sicuro darvi maggiori chiarimenti o riferimenti del caso.
Appena trovo qualche video che spiega cio' di cui sto parlando, lo pubblico.
ruggiero.jkd@libero.it
Spero di esservi stato utile,
a presto
ciao
Io sto solo cercando di introdurre un concetto nell'allenamento dello sportivo, ancor piu' se agonista, a cui non tutti danno il giusto peso. C'è una sproporzione esagerata tra i protocolli di allenamento fisico e quello mentale, in termini di diffusione al grande pubblico, nell'ambito dello sport
Al di là del concetto di coach mentale e di come allenare l'individuo a entrare nel flusso, di sicuro, come dici tu, c'è un'enorme sproporzione tra protocolli di allenamento fisico e mentale.
Ma non solo nello sport: nelle scuole, negli ospedali, sul lavoro...il fatto è che ad oggi la psicologia (come altre discipline introspettive) viene ancora vista come qualcosa di strano, di accessorio, se non addirittura come una perdita di tempo o un intralcio: se vai dal medico per un check up è tutto normale, ma se dici di essere andato da uno psicologo ti guardano storto.
Credo che sia questa concezione tutta occidentale dello scollamento tra mente e corpo a essere di ostacolo.
Volevo solo aggiungere una cosa: nel post di apertura dici che spesso tutto si riduce a dire "stai concentrato", ma banalmente è proprio questa la chiave.
Il problema sta proprio nel come concentrarsi nel modo giusto.
Rispondo a MaloTeo
Condivido cio' che hai detto in pieno.
- Oggi c'è ancora una visione primitiva della psicologia nello sport. Non si tratta di curare un malato, ma di raggiungere l'eccellenza nello sport che si pratica.
- Si infatti il senso era proprio quello, trovare la strategia, magari attraverso protocolli testati su altri atleti per raggiungere lo stato richiesto per ottimizzare la prestazione.
Buonasera. Ho letto i vostri post con molto interesse. Intervengo volentieri, anche perché avete citato il mio articolo. Ritengo che oggi proporre la figura del “motivatore”, se questo corrisponde alla possibilità di fornire dall’esterno magicamente la motivazione, sia ridicolo. Esattamente come il caso citato ( http://www.youtube.com/watch?v=X03Li52vK1o), che più che alla filmografia psicologica, oggi viene giustamente ascritto a video comico-surreale.
Eppure ce ne sono ancora molti in giro che pensano che sia possibile iniettare la motivazione agli altri in modo istantaneo. Evidentemente non hanno alcuna esperienza reale, di campo. Io ho prevalentemente lavorato con atleti di sport di resistenza: e so benissimo che quando uno è in piena crisi metabolica e non ce la fa più, e voi provate a persuaderlo ad andare avanti, a pensare positivo, a tenere duro, la cosa più probabile che possa succedere è che lui –con le ultime energie –cerchi di tirarvi un bel calcio nel didietro. Ovviamente al cinema è diverso: Rocky Balboa si rialza sempre dai ko più devastanti se Adriana lo incita a farlo; il discorso dello spogliatoio di “Ogni maledetta domenica” sovverte le leggi della fisiologia e delle probabilità e permette ad una squadra massacrata di ribaltare il risultato. La realtà, purtroppo, è altra cosa. Sono quindi d’accordo con Deadboy sul fatto che gran parte di ciò che si può fare sul piano psicologico, attenga già di per sé alle competenze di un buon allenatore.
Qual è allora oggi il senso della psicologia applicata allo sport? Io l’ho sempre concepito come un lavoro soprattutto metodologico, che ha come obiettivo la possibilità di inserire all’interno del normale allenamento quotidiano gli stimoli che permettano la crescita e l’ottimizzazione delle competenze mentali: gestione delle emozioni, tolleranza del dolore atletico, capacità di gestire la fatica, capacità di gestire lo stress. Metodologia basata non su scuole filosofiche ma sui principi delle neuroscienze. Lavoro quindi che si integra per forza con quello dei tecnici della disciplina e dei preparatori sportivi.




