RawTraining

Il transfer dell'esperienza

Dato che nel corso del mese di giugno la crew sarà spesso impegnata con l'organizzazione dei workshop per la certificazione RAP-4-C, non riusciremo a pubblicare un nuovo articolo tutte le settimane.
Per questo motivo abbiamo deciso di approfittare di questi "buchi" per riproporre i lavori che sono stati più apprezzati e secondo noi più validi apparsi sulle nostre pagine.
Se non hai mai letto questo articolo non aspettare un'istante! Se invece l'hai fatto cogli l'occasione per reimmergerti nel cuore di RawTraining.

L'esperienza è il tipo di insegnante più difficile. Prima ti fa l'esame, poi ti spiega la lezione - Oscar Wilde

Quando si prende in considerazione una qualsiasi riflessione relativa all'allenamento è necessario tenere sempre presente quale sia la caratteristica principale che identifica l'oggetto dell'analisi, cioè la sua natura biologica. L'uomo infatti è in primis un essere vivente e l'allenamento non è che una delle possibili attività che ne caratterizzano l'iterazione con l'ambiente. Può sembrare un'affermazione scontata, ma sono molte le teorie e le semplificazioni che perdono di vista questo aspetto fondamentale legato all'identità stessa dell'essere umano.

Da questa premessa discende l'importanza di esprimere la filosofia di fondo che realmente motiva ogni possibile scelta in merito all'allenamento in quanto attività di un essere vivente.
Verranno introdotti concetti apparentemente lontani dal mondo dell'allenamento che a loro volta ridefiniranno il piano di analisi in termini di esperienza dato che, l'unica cosa che sicuramente l'essere umano può fare è esperire, costruire esperienza.

Il compito di qualsiasi allenatore o di qualsiasi persona che desidera allenarsi non può che tendere alla costruzione di esperienze utili al percorso specifico di allenamento.
Il miglioramento in qualsiasi ambito sportivo, compreso un aumento di forza è da vedere nei termini dell'esperienza stessa, ovvero nella capacità (o abilità) dell'individuo di utilizzare il proprio background esperienziale per risolvere un problema di natura motoria.
Questo può essere visto come un modello concettuale con cui rapportarsi all'essere umano per poterne operare un'analisi il più possibile inclusiva di tutti gli aspetti imprescindibili dalla propria complessità intrinseca.

Al fine di rendere il discorso più chiaro è necessario cercare di definire il soggetto dell'esperienza, ciò infatti risulta indispensabile per determinare in che modo le esperienze stesse si fondano con le successive implicazioni pratiche.

Il patrimonio genetico che ci accompagna dalla nascita porta in sé una serie di capacità che costituiscono il potenziale individuale soggettivo.
L'espressione del potenziale si manifesta in tutte le attività umane e se stimolato in maniera adeguata concorre allo sviluppo ottimale del soggetto.
Perché avvenga un processo educativo sincretico è necessario il coinvolgimento unitario dell'individuo, comprendente sia le attività funzionali (inerenti alla motricità) che quelle intellettuali (inerenti alla concettualizzazione, anche delle attività funzionali). Queste categorie di attività sono inscindibili tra di loro e l'errore più grande che si può commettere è proprio quello di concepirle come distinte.
Ad esempio durante l'attuazione, l'apprendimento e il perfezionamento di qualsiasi attività motoria è richiesta la capacità di utilizzare molte informazioni di tipo cognitivo e percettivo-sensoriali per comprendere le caratteristiche delle azioni che si devono compiere e per approfondirne l'elaborazione.

Molti studiosi si sono occupati di definire le modalità e i tempi di sviluppo dell'intelligenza analizzando i fattori di correlazione tra quest'ultima e lo sviluppo del "potenziale individuale soggettivo". Esso si concretizza con la maturazione di ciò che viene definito schema corporeo, che altro non è che la rappresentazione cognitiva della posizione e dell'estensione del corpo nello spazio e dell'organizzazione gerarchica dei singoli segmenti corporei, finalizzata principalmente all'organizzazione dell'azione nello spazio.
Tra le varie classificazioni proposte nel tempo Piaget ad esempio propone una suddivisione in quattro periodi:

  • 0/2 anni - stadio senso motorio, in cui l'individuo usa i sensi e le abilità motorie per esplorare e relazionarsi con l'ambiente.
  • 2/7 anni - stadio pre-operatorio, in cui l'individuo manifesta la capacità di utilizzare i simboli.
  • 7/12 anni - stadio delle operazioni concrete, in cui l'individuo "matura" le operazioni logiche utili alla risoluzione dei problemi.
  • 12 anni in poi - stadio delle operazioni formali, in cui l'individuo matura la capacità di astrazione.

Ajuriaguerra definisce i tempi delle tappe di sviluppo dello schema corporeo in maniera leggermente differente da Piaget dandone un'indicazione descrittiva:

  • 0/3 anni fase del corpo vissuto;
  • 3/6 anni fase del corpo percepito;
  • 6/12 fase del corpo rappresentato.

È durante tutta la vita che lo schema corporeo si accresce e rimodella, ma è necessario che dalla nascita sino ai 12 anni avvengano tutta una serie di esperienze fondamentali che conducano il soggetto nello sperimentarsi nell'ambiente relazionandosi con esso (attività funzionale) e "leggendo" le risposte che da questo trae, creando i presupposti per nuovi quesiti (fase intellettuale) ai quali rispondere in un compendio di azione e "relazione" come riflessione e lettura dell'esperienza.
Le fasi dello sviluppo dello schema corporeo sono esemplificative dei processi esperienziali e dei relativi presupposti di base.
Una carenza in una o più fasi dello sviluppo può determinare una limitazione delle attività fondamentali inerenti l'apprendimento e quindi l'esperienza.

L'esistenza di una sensazione di sé non viene messa in dubbio dagli studiosi, tutti son concordi nell'affermare la presenza di una rappresentazione unitaria del nostro IO.
Esiste una varietà di termini con cui la si descrive e la sua definizione non è interpretata in modo univoco, tuttavia può essere utilizzato il termine Schema Corporeo e come definizione riferirsi a quella di J. Le Boulch:
"coscienza ed intuizione, conoscenza immediata che si ha nel proprio corpo, in situazione statica e dinamica, in rapporto ai diversi segmenti tra di loro e nel rapporto tra questi nello spazio o gli oggetti che lo circondano".
[...]
L'organizzazione dello schema corporeo consiste nel mettere in costante relazione le sensazioni propriocettive con le sensazioni esterocettive. È importante che le sensazioni provenienti dall'esterno vengano associate alle giuste percezioni corrispondenti ai processi corporei, in relazione a ciò è possibile realizzare il collegamento tra le funzioni percettive e le funzioni di risposta motoria.
[...]
Lo schema corporeo è il nostro IO, la nostra espressione vivente. Solo attraverso il corpo siamo presenti al mondo e il mondo diventa presente a noi, entriamo in comunicazione con l'ambiente e con gli altri mediante la corporeità. (A. CECILIANI)

L'esperienza passa quindi attraverso lo Schema Corporeo che a sua volta si struttura, si riadatta in funzione delle esperienze fatte in modo da generare le basi per le esperienze successive.
Un aspetto fondamentale del procedimento esperienziale è la sua NON linearità in quanto le abilità motorie non si strutturano in una serie di procedimenti isolati di apprendimento.

transfer esperienza
Postura scorretta - Il bambino arriva a coordinare un gesto complesso come quello della somministrazione autonoma del cibo con un cucchiaio solo dopo aver fatto una varietà di esperienze nei contesti più disparati.

transfer esperienza 2
Lo sviluppo posturale e della locomozione del bambino (sec. M. Shirley)

Proprio in virtù della non-linearità è possibile assumere come complesso il procedimento esperienziale e di conseguenza analizzandolo è indispensabile riferirsi dalla trattazione che riguarda la teoria della complessità: "Maggiore è la quantità e la varietà delle relazioni fra gli elementi di un sistema (essere umano, ndr), maggiore è la sua complessità... Un'altra caratteristica di un sistema complesso è che può produrre un comportamento emergente, cioè un comportamento complesso non prevedibile e non desumibile dalla semplice sommatoria degli elementi che compongono il sistema.
Un sistema non-lineare è tanto più complesso quanto maggiori parametri sono necessari per la sua descrizione.
Dunque la complessità di un sistema non è una sua proprietà intrinseca, ma si riferisce sempre ad una sua descrizione; e dipende, quindi, sia dal modello utilizzato nella descrizione sia dalle variabili prese in considerazione.

Il principale obiettivo della teoria della complessità è di comprendere il comportamento dei sistemi complessi, caratterizzati tanto da elementi numerosi - e diversi tra loro - quanto da connessioni numerose e non lineari.... Sistemi complessi in grado di adattarsi e cambiare in seguito all'esperienza, come ad esempio gli organismi viventi, caratterizzati dalla capacità di evoluzione: cellule, organismi, animali, uomini, organizzazioni, società, politiche, culture (Holland, 2002)".

La teoria sicuramente più adatta alla descrizione di un sistema complesso, quale un organismo vivente, è il modello autopoietico.
Semplificando, un sistema autopoietico è in grado di riprodursi in tutte le sue parti, queste sono strettamente legate da interazioni e da una relazione di interdipendenza. Altro aspetto fondamentale è che i sistemi autopoietici essendo determinati dalle proprie strutture tendono ad organizzarsi internamente in maniera autonoma e questo aspetto è fondamentale per comprendere la relazione esistente tra l'ambiente e i sistemi stessi. Il sistema è in grado come unità autodeterminata dalle proprie strutture di discriminare tra cause interne ed esterne, per cui queste ultime risultano delle perturbazioni al sistema che continuerà ad organizzarsi sempre in funzione delle proprie regole interne.
In altri termini, non esiste un semplice rapporto input output lineare, esiste un equilibrio interno al sistema che si autoregola. Tale equilibrio può essere perturbato da una causa esterna, ma questa non determinerà la risposta del sistema in quanto è il sistema stesso che continuerà a ricercare secondo le proprie leggi un nuovo equilibrio.
Con equilibrio (omeostasi) si intende "il tentativo di conservare la propria struttura e di contrapporsi all'entropia" [Lotman, op. cit., p.80]. Dall'equilibrio dipende il mantenimento dell'unità, in quanto è mediante questa tendenza che vengono mantenute le relazioni tra le parti. Se un sistema non fosse più in grado di trovare un equilibrio mediante le proprie regole interne finirebbe semplicemente per smettere di funzionare, nel caso di un essere vivente, morire, e in questo caso quindi l'unità delle parti e delle relazioni tra le stesse verrebbe meno.

Esposti i fondamenti teorici e concettuali costituenti la base culturale per la comprensione del sentire e percepire il movimento umano, emerge la necessità di contestualizzare e rendere pratico il tutto mostrando come quanto esposto abbia una sua realtà estremamente concreta.

L'abilità, intesa come capacità nel portare a termine un compito motorio nella maniera più conveniente possibile, è direttamente legata all'esperienza:
"Ogni movimento, per nuovo che possa essere, si basa in parte su antichi processi di coordinazione già elaborati in precedenza, che insieme con le nuove componenti dei movimenti da apprendere stabiliscono una nuova correlazione specifica e formano la nuova abilità motoria. Quanto più raffinato, preciso e multiforme è stato il lavoro dell'apparato motorio, tanto maggiore di conseguenza è la riserva di collegamenti di riflessi condizionati, tanto più l'atleta assimila abilità di movimento, tanto più egli si appropria di nuove forme di movimento ed è in condizione di adattare quelle già in suo possesso alle condizioni di attività che possono mutare, e quindi tanto maggiore è la sua destrezza. Pertanto, i rapporti fra destrezza ed esperienza di movimento debbono essere considerati in modo assolutamente reciproco. Una destrezza ben sviluppata influenza a sua volta lo sviluppo delle abilità motorie, accorciandone sensibilmente il tempo di perfezionamento." [Dr Dietrich Harre]

Lo strumento a disposizione per valutare i miglioramenti e gli adattamenti positivi dei percorsi esperienziali a livello motorio è il modello esecutivo.
La descrizione del modello esecutivo passa attraverso la definizione di vincoli. L'interpretazione attuale a partire dal modello, considerando i vincoli imposti, è un procedimento complesso di esperienza, con cui il sistema si adatta e accorda le relazioni e i processi preesistenti al fine di raggiungere la modalità più conveniente, la risoluzione del problema - problem solving.

L'esperienza è il linguaggio con cui ci si interfaccia al mondo, il compito di un allenatore è quello di mettere l'atleta nelle condizioni di poter risolvere i problemi motori imposti, attingendo al proprio "vocabolario" di esperienze.
Si faccia ad esempio riferimento al concetto di ritmo, inteso come "ordine temporale caratteristico di un atto motorio", per comprendere come l'esperienza influenzi la percezione e l'interpretazione del modello esecutivo, sia da parte dell'esecutore che dell'osservatore.
L'allenatore osserva l'esecuzione dell'atleta confrontandola col proprio modello concettuale e proponendo le correzioni fa si che quest'ultimo dia forma al modello esecutivo, nei vincoli aderente a quello originale (ideomotoria). Questo che di per sé rappresenta la creazione di un'esperienza, non manifesta comunque nella sua realizzazione, pur aderente al modello, l'estrinsecazione di un ritmo comune tra osservatore e osservato. I ritmi sono interni e relativi alla singola struttura (essere vivente).
La percezione esterna del ritmo esecutivo da parte dell'allenatore probabilmente non rappresenterà quella dell'atleta, ma questo non è fondamentale perché il ruolo dell'allenatore è far si che l'atleta risolva il problema motorio in modo efficace ed efficiente. Questa interazione produrrà la creazione del ritmo adatto nell'atleta.

Gli atti motori appresi dall'uomo sono in rapporto tra di loro. Le abilità acquisite non restano limitate alla solo situazione concreta, nella quale sono state acquisite, ma possono essere trasposte ad altre situazioni.
Questa trasposizione avviene sia all'interno di ciascun settore della motricità, come da settore a settore: dalla motricità sportiva a quella lavorativa, a quella della vita quotidiana. Il processo di apprendimento motorio non può iniziare senza che vi siano dei presupposti motori: alla sua base ci sono sempre dei rapporti coordinativi.

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Note sugli autori

Boris Tripodi, RawTraining Strength Master Coach. Laureato in scienze motorie, master universitario in traumatologia da sport e rieducazione funzionale presso il suism di Torino. Studente di osteopatia presso l'istituto TCIO di Milano.

Jacopo Arienti, RawTraining Strength Master Coach. Tra i fondatori del gruppo di allenamento "7th block calisthenics", coach di gymnastics per il Clean Cut Competitor Program(CCCP) per cross Atletes. Mosso dalla convinzione che l'attività fisica è prima di tutto sperimentazione diret-ta, alla costante ricerca di sfide in ambito sportivo che possano ampliare il proprio baga-glio motorio, attualmente impegnato come agonista di lotta olimpica stile libero e grap-pling. Libero pensatore e inevitabilmente Rawer.

Commenti

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  1. Silent ha scritto:
    09 luglio 2012

    Davvero illuminante!!!!
    Un grandissimo e meritatissimo applauso agli autori

  2. FullMetalDog, RTSS ha scritto:
    09 luglio 2012

    Articolo molto denso e profondo da leggere e rileggere per coglierne, tra le righe, l'essenza.

    Davvero complimenti!!

  3. andrea ha scritto:
    09 luglio 2012

    Che bell'articolo ragazzi!
    Attinente alla logica del sito, e ai motivi per cui molti di noi lo hanno amato

  4. Hermes ha scritto:
    10 luglio 2012

    Ottimo lavoro!!!!

    Complimenti agli autori

  5. CIKOLOCO ha scritto:
    10 luglio 2012

    Molto interessante..complimenti agli autori.

  6. Silent ha scritto:
    10 luglio 2012

    Back to roots

  7. andrea ha scritto:
    10 luglio 2012

    E' quello che ho pensato anche io ; )

  8. Marokun ha scritto:
    11 luglio 2012

    Mi permetto di tentare una sintesi, per vedere se ho capito la tesi sostenuta.
    Quello che è centrale è la densità esperienziale dell'esecuzione.
    Trarre il massimo da un esercizio significa porre la massima attenzione nell'aderire al modello esecutivo "scelto". Questo consente il massimo dell'apprendimento, inteso come capacità del sistema autopoietico di mantenersi lontano dall'equilibrio (in senso termodinamico).

    Quindi non perdiamo tempo nella ricerca dell'esercizio ideale da transfer, ma scegliamone uno (alcuni) che offra un modello esecutivo consolidato e quindi biomeccanicamente corretto, e diamoci dentro, imparando a distinguere differenze esecutive sempre più sottili, a scoprire più "cose" all'interno del gesto.

    È corretto? grazie mille

  9. Marokun ha scritto:
    11 luglio 2012

    In questo senso mi viene da pensare che l'uso di sovraccarichi sia utile a rendere più intensi i segnali sul SNC, contribuendo a mantenere "teso" il percorso di apprendimento/evoluzione dell'organismo.

  10. swarovski, RTSMC ha scritto:
    11 luglio 2012

    io invece l'avevo inteso come un'intesificazione esperenziale, dove quindi ogni esperienza arricchisce il nostro patrimonio e quindi la capacita' di apprendere nuovi gesti. Ovvero diventare competente in un gesto per poterne trarre benefici ma non portarlo alla perfezione estrema se quello non e' l'obiettivo finale, quanto invece acquisire una competenza generale fatta di una moltitudine di esperienze correttamente apprese.
    A questo punto sono anch'io curioso di vedere se ho capito qualcosa senza doverlo rileggere altre 4 volte...

  11. Marokun ha scritto:
    11 luglio 2012

    Ah, ecco, si.. probabilmente il senso dell'articolo è più come dici tu! Anche se in fondo non credo esista una opposizione strutturale fra varietà e "perfezione".

    Provo a interpretare ulteriormente. L'impressione è che qui si stia spezzando una lancia in favore della varietà (ovvero, mi costruisco un bagaglio esperienziale-motorio più vario e complesso), rispetto a un approccio più "verticale": mi cerco il set di esercizi ideali (quelli che mi danno - appunto - più transfer) e da lì in avanti lascio parlare i numeri, ovvero mi tengo sotto agli occhi la prestazione come indicatore principe dei miei progressi.

    Non voglio illudermi di aver capito, ma credo che il tema sia proprio questo :-)

    Ora, se così fosse, credo si tratti di un problema molto relativo. È chiaro che tra il fare poche cose molto bene e molte cose "alla cavolo" non può esserci partita, se quello che mi interessa è la crescita esperienziale, per dirla tutta: se ci interessa l'elevazione di complessità all'interno dell'autopoiesi.

    Non c'è partita perchè un corridore della domenica, che è anche un climber della domenica, e un lifter del martedì, non può che rimanere in superficie, con schemi motori banali e poveri.

    D'altra parte il performer specialista "estremo" è spesso limitato, perchè se cerco solo la prestazione mi conviene investire su fattori organici che poco hanno a che fare con la densità esperienziale, e mi espongo al tempo stesso a fattori limitanti come infortuni e invecchiamento, che pongono presto fine alla mia parabola di crescita.

    Il punto è cercare di essere un performer consapevole: 1) natural, 2) ragionevolmente aperto a differenziare gli stimoli 3) capace di esprimere prestazioni importanti in almeno una specialità. È qui che il parametro numerico-prestazionale diventa un indicatore indispensabile.
    Perchè sennò resto privo di riferimenti, e questo mi impedisce di avere presa sui miei progressi.

  12. Biris, RTSMC ha scritto:
    11 luglio 2012

    Ciao Marokun e Swarovski!
    Allora la premessa generale prima di rispondervi è che le vostre osservazioni non sono in contraddizione, ma si integrano.
    “…Trarre il massimo da un esercizio significa porre la massima attenzione nell'aderire al modello esecutivo "scelto". Questo consente il massimo dell'apprendimento…”
    si, perché si sta sviscerando l’esercizio, lo si fa proprio..

    “..inteso come capacità del sistema autopoietico di mantenersi lontano dall'equilibrio (in senso termodinamico).”
    Non esattamente, ma vorremmo trattare l’argomento in un altro momento, ci stiamo già lavorando su, anticipo che la nostra percezione è che l’equilibrio venga sempre mantenuto. Solo “adattato e integrato, se ritenuto opportuno dal sistema” alla necessità che richiede la sopravvivenza.
    Per chiarezza l’esempio potrebbe essere, il farmaco efficace per il mal di testa che funziona su di me ma non su mio fratello. Piuttosto che il ciclo russo col quale divento “miglioro subito” e invece affronto il vattelapesca e “non ottengo”.

    “…Quindi non perdiamo tempo nella ricerca dell'esercizio ideale da transfer, ma scegliamone uno (alcuni) che offra un modello esecutivo… e diamoci dentro, imparando a distinguere differenze esecutive sempre più sottili, a scoprire più "cose" all'interno del gesto.”
    Esatto.
    “..In questo senso mi viene da pensare che l'uso di sovraccarichi sia utile a rendere più intensi i segnali sul SNC, contribuendo a mantenere "teso" il percorso di apprendimento/evoluzione dell'organismo.”
    Potrebbe esserlo, come lo potrebbe essere suonare il pianoforte o fare il chirugo dove gli stimoli per essere il più precisi possibili dovranno essere altamente integrati…questo non significa che saranno sempre massivi…anche nei sovraccarichi ;-)

    “…io invece l'avevo inteso come un'intesificazione esperenziale, dove quindi ogni esperienza arricchisce il nostro patrimonio e quindi la capacita' di apprendere nuovi gesti. Ovvero diventare competente in un gesto per poterne trarre benefici ma non portarlo alla perfezione estrema se quello non e' l'obiettivo finale, quanto invece acquisire una competenza generale fatta di una moltitudine di esperienze correttamente apprese.”
    Esatto, questo è quello che accade. Quello che permetto di realizzare una differenza sostanziale è la consapevolezza quando si compie un’attività funzionale o intellettuale che sia.

    Poi questa risposta è parziale altro potrà aggiungere Jacopo.

    Commentate troppo velocemente per me..Marokun ha già ripostato!!

  13. Biris, RTSMC ha scritto:
    11 luglio 2012

    Marokun
    "mi cerco il set di esercizi ideali (quelli che mi danno - appunto - più transfer) e da lì in avanti lascio parlare i numeri, ovvero mi tengo sotto agli occhi la prestazione come indicatore principe dei miei progressi."

    No, stai parlando e stai cercando il transfer è quello che per noi rappresenta un errore concettuale!

    Se non mi sbaglio sei un Judoka, faresti mai ball slam, squat, le martellate sulla ruota o altro per migliorare direttamente ippon seoi nage? O magari faresti tutti gli esercizi menzionati perché ti piacciono, li trovi utili ci "vedi" (questo perché la cerchi) qualche correlazione e così li esegui...poi per qualche motivo migliori anche il tuo esercizio (vabbè non è così semplice perché devi farlo ad un avversario...ma gli esercizi che hai scelto potrebbero aver creato quella varietà di relazioni da permetterti di rendere efficace il tuo seoi nege).

  14. Marokun ha scritto:
    11 luglio 2012

    Biris, buongiorno e grazie, mi scuso per il linguaggio un po' "sconnesso".

    Dimenticherei volentieri il termine transfer, che molto probabilmente uso in modo assai improprio, per concentrarmi su quello introdotto nel commento sopra, ovvero la consapevolezza, che amerei intendere come "densità esperienziale" nel momento dell'esercizio/allenamento.

    È questo di cui stiamo parlando, ho inteso correttamente? Dal mio punto di vista suonare uno strumento e sollevare un bilancere sono (meglio: possono essere) la stessa cosa.

    Allora il punto non è se faccio squat per migliorare il seoi: il punto è COME lo faccio. Non è l'esercizio che mi fa progredire, anzi. Se lo faccio alla cavolo posso solo stancarmi e logorarmi.
    Ma se lo faccio cercando la stessa integrazione che mi serve per suonare il piano, allora può essere un occasione di crescita, e di miglioramento della prestazione.

  15. Osservatore Neutrale, RTSMC ha scritto:
    11 luglio 2012

    Anche se Boris ha già risposto ci tengo a precisare alcune cose:

    "...Anche se in fondo non credo esista una opposizione strutturale fra varietà e "perfezione".

    Esattamente!! E' anzi fondamentale che una volta definiti i vincoli per un particolare movimento questi vengano rispettati in maniera MANIACALE. Il punto è che la varietà delle esperienze fatte (qualitativamente) permette la creazione di concetti (inerenti alla motricità) e di nuove relazioni, connessioni e può rendere più "fluido" l'adattamento a nuove situazioni, o può permettere una spontanea soluzione ai problemi motori imposti (comportamento emergente dei sistemi complessi).
    Questo tipo di approccio a livello pratico sicuramente paga nei contesti in cui l'atleta deve gestire un ampia gamma di situazioni, difficilmente prevedibili, che richiedono differenti qualità, come ad esempio gli sport di situazione e il combattimento. La qualità e varietà delle esperienze fatte permette allo stesso atleta di rendersi consapevole di sfumature via via sempre più fini e questo è importantissimo in quanto potenzialmente può renderlo cosciente di alcune dinamiche nascoste anche del proprio contesto specifico (tecnica). In parole povere puoi anche diventare più bravo tecnicamente a livello specifico facendo esperienze apparentemente lontane.
    La definizione di vincoli inoltre permette di dare dignità a qualsiasi esercizio... non esiste il primato di nessun esercizio o strumento in quanto la qualità non è una caratteristica intrinseca dell'esercizio stesso ma di come viene inteso e approcciato.

  16. Osservatore Neutrale, RTSMC ha scritto:
    11 luglio 2012

    Inoltre la creazione di nuove connessioni e relazioni a seguito di esperienze nuove può influenzare il modo di "risolvere" anche un movimento consolidato (tipo lo squat).
    Ad esempio incomincio ad allenare i 400 mt, piuttosto che il salto in lungo, il mio modo di fare lo squat (a livello di organizzazione interna) non sarà lo stesso di prima.

  17. swarovski, RTSMC ha scritto:
    11 luglio 2012

    quindi, per trasporre in un ambito a me noto, se per migliorare nel passaggio a rugby prendo una palla da 3kg ed effettuo i passaggi salendo su una bosu, cercando carry-over (il termine transfer e' un po' abusato nel fitness italiano) nel gesto tecnico vero e proprio, quello che ottengo alla fine e' solo sporcare lo schema motorio corretto. In questo caso mi serve invece replicare il gesto tecnico in situazioni semplificate a cui aggiungero' progressivamente complessita' per tradurlo in situazioni di gioco reali. Motivo per cui nel contesto della preparazione fisica GPP, non devo eccedere ricercando la perfezione in quei pochi movimenti che vengono presi come parametro di riferimento, poiche' mi staro' inevitabilmente specializzando in uno schema motorio che non e' il mio fine ultimo anzi distogliendo energie proprio a quello, ma devo avere una competenza elevata su un ampio spettro. Partendo da questa consapevolezza tra diventare molto forte facendo panca con 1.6 del mio peso o facendo le planche push ups, le seconde hanno la mia preferenza perche' ad ogni incremento di carico corrisponde l'apprendimento di un nuovo schema motorio.

  18. Osservatore Neutrale, RTSMC ha scritto:
    11 luglio 2012

    @ swarovski

    Parto dalla seconda parte del tuo commento in cui fai riferimento alla preparazione fisica generale per puntualizzare che in ogni caso una volta definiti i vincoli dell'esercizio questi devono essere rispettati (quindi perfezione in questo senso) ma non ha senso "specializzarsi", dedicarci in maniera eccessiva, in una attività che di fatto non è quella che ci interessa, invece può essere più utile dedicarsi magari ad un altro esercizio in grado di ampliare il nostro bagaglio di esperienze (l'esempio del planche push ups).
    Riguardo al discorso dello "sporcare il gesto tecnico" ritengo ci siano diverse precisazioni da fare in base al livello dell'atleta stesso.
    Per un principiante è sicuramente sbagliato introdurre delle variabili che possano modificare l'esecuzione tecnica ma per un avanzato che ha alle spalle milioni di ripetizioni del gesto metabolizzate in anni di pratica ritengo il rischio sia assai remoto, non dico sia necessario lavorare in quella direzione (l'esempio della palla da 3 kg) ma diciamo che c'è più margine.
    Diventa magari più interessante l'utilizzo della fatica come mezzo per promuovere il miglioramento tecnico, facendo l'esempio del passaggio lo stesso giocatore potrebbe nel corso della partita avere un tiro eccezionale e una volta posto sotto stress non riuscire più a replicare il gesto corretto e senza esserci un deficit di forza alla base.
    In questo caso si potrebbero integrare degli allenamenti mirati a mantenere i vincoli tecnici del movimento specifico (passaggio) sotto stress (ad esempio in condizioni di affatticamento indotte).

  19. Biris, RTSMC ha scritto:
    12 luglio 2012

    Marokun

    "Allora il punto non è se faccio squat per migliorare il seoi: il punto è COME lo faccio"..il punto è lo faccio come ce l'ho in testa?

    Quando da sportivi (facciamo un po' da avanzati) ci alleniamo su un nostro gesto tecnico la domanda che ci poniamo è: lo sto facendo come desidero? si, bene!! no, continuo a cercare di rappresentarlo come ce l'ho in testa! E per farlo attingo costantemente all’esperienza, quella della ripetizione precedente, alla sensazione provata in gara o ad un allenamento ben riuscito..etc

    L'integrazione migliora quanto più siamo aderenti alla nostra immagine motoria (parlando di movimento e a quanto tempo dedico all’attività intellettuale per analizzare il mio gesto, rileggerlo) questo perché ricerchiamo e "governiamo" più complessità. Abbiamo l'idea, il controllo, sappiamo, siamo presenti.

    Nel tuo post precedente hai anche parlato di: ”D'altra parte il performer specialista "estremo" è spesso limitato, perché se cerco solo la prestazione mi conviene investire su fattori organici che poco hanno a che fare con la densità esperienziale, e mi espongo al tempo stesso a fattori limitanti come infortuni e invecchiamento, che pongono presto fine alla mia parabola di crescita.”

    Ecco su questo vorrei riportare a una riflessione: immagino tu con fattori organici intenda metabolici, nervosi e forse altri.. quello che si osserva quando ricerchi la performance estrema è che tutta la tua attenzione è lì nel gesto, sei concentrato sul pezzo e l’esperienza è lì con te! Ti sta guidando su quello che va e quello che non va. Userai le strategie allenanti più opportune di cui disponi per migliorare i tuoi fattori organici. E se pensi a un motto che ormai dovrebbe essere noto al mondo intero (del nostro Ado Gruzza) “compatto ma decontratto” ti accorgerai che i fattori organici andranno gestiti e questo accadrà grazie all’esperienza e alla necessità di risolvere il problema di natura motoria. Si usa tutto e sempre tutto insieme solo nei rapporti migliori che possiamo gestire in quel momento.

    “Svelo” un futuro discorso su cui vorremmo riflettere e porre l’attenzione: gli esseri viventi tendono a organizzarsi per risparmiare energia o consumare di più? E quando ci si allena il corpo si adatta a consumare di più o a gestire meglio il suo equilibrio rispondendo alle necessità?

    Spero di aver risposto almeno in parte ai tuoi quesiti.. e grazie per averli posti!!

  20. Marokun ha scritto:
    12 luglio 2012

    Grazie mille a voi. Non avete idea di quanto sia interessante per me cominciare a chiudere il gap fra lo studio teorico dei sistemi e l'esperienza (motoria) vissuta.
    Immagino che, Biris, tu stia accennando al Maximum Power Principle di Lotka.. sono molto, molto curioso delle vostre conclusioni.
    Ho avuto il privilegio di conoscere di persona Francisco Varela, il babbo, con Humberto Maturana, dell'idea di autopoiesi, e è stata una delle esperienze più gratificanti della mia vita.
    Poi la vita mi ha portato a fare altro, e non ho mai avuto la possibilità di portare avanti una gran mole di ragionamenti, che sono rimasti come sospesi.
    Vederli riapparire qui, in un contesto - peraltro concretissimo e aperto alla sperimentazione diretta - al quale sono arrivando seguendo strade diversissime, è una splendida sensazione!!

    davvero grazie mille

  21. swarovski, RTSMC ha scritto:
    12 luglio 2012

    grazie anche da parte mia per la disponibilita' e l'accuratezza delle risposte, segno inequivocabile della vostra competenza.

  22. Marokun ha scritto:
    12 luglio 2012

    Perdonate, ma mi viene da notare che il messaggio di fondo è un po' quello di abituarsi a pensare il proprio corpo come esperienza incarnata, come progressivo deposito delle memorie di ogni atto motorio compiuto.
    Ora.. è possibile pensare che possa valere la pena, di tanto in tanto, di andare a rivangare le fondamenta?
    Di andare a ricostruire una consuetudine con i gesti più antichi dello sviluppo, come il rotolare, il gattonare, l'alzarsi da terra... Ho il sospetto che un po' di regressione, di tanto in tanto, potrebbe fare un gran bene, non dico ai sedentari (che è ovvio), ma anche a atleti strutturati.
    Magari è un po' ingenuo come pensiero, ma mi perdonerete :-)

  23. Osservatore Neutrale, RTSMC ha scritto:
    12 luglio 2012

    Nella medicina tradizionale cinese si dice che "quando il corpo è forte la mente comanda, quando il corpo è debole è il corpo stesso a comandare".
    Fondamentalmente il significato è che un corpo forte non è limitante per la volontà mentre un corpo debole o malato è di per sè un limite.
    Marokun ti assicuro che tutto questo si lega alla tua ultima domanda :-)
    " è possibile pensare che possa valere la pena, di tanto in tanto, di andare a rivangare le fondamenta?"
    Tu sei un judoka e se ti dicessi "ha senso ogni tanto riprendere le basi delle tecniche ?" Ha senso perchè in ogni caso il tuo rianalizzare ora una tecnica è differente rispetto a quando all'inizio ti sei approcciato al movimento, ora cogli sfumature diverse, riesci a correggere particolari che prima era addirittura impensabile farti notare, figurati correggere!!!
    Prendiamo ad esempio il gattonare, diciamo che potresti riprendere il movimento provando varie forme di quadrupedia, dai dei vincoli precisi all'esercizio (esempio nella camminata del gatto, schiena parallela al suolo, ginocchia che non toccano mai per terra e non vengono sparata in fuori) e provi a interpretare l'esercizio nel modo più aderente possibile al modello che tu hai scelto. Introduci variabili al vincolo (ad esempio avanzando sparando le ginocchia in fuori anzichè tenerle vicine) la cosa importante è che tu sia in grado di rispettare le regole che ti dai!!! Sei in grado di fare ciò che volontariamente ti sei imposto? Si, sei forte, no devi lavorarci su!
    Se anche fai 250 kg di squat e poi non riesci a fare 10 metri in quadrupedia rimanendo aderente al vincolo tecnico, se il tuo obiettivo specifico non si limita allo squat, forse hai una indicazione in che direzione anche lavorare.

  24. Osservatore Neutrale, RTSMC ha scritto:
    12 luglio 2012

    Poi ovviamente c'è caso e caso, un agonista deve scegliere in maniera oculata su cosa concentrarsi, un amatore può fare quel che gli pare senza particolari vincoli, son cmq del parere che un po' di esercizi di base fatti bene magari come riscaldamento o a fine seduta di certo non rubano ore.

  25. Marokun ha scritto:
    13 luglio 2012

    Bella e verissima la frase cinese: non la conoscevo, ma è tanto semplice quanto profonda! Non voglio davvero monopolizzare la discussione, mi avete già dedicato un sacco di tempo :-)
    Volevo solo dire che trovo molto interessante l'approccio al vincolo. Ho sempre pensato che il vincolo, nell'esecuzione di un esercizio, derivasse da una traduzione di "quello che so" rispetto alla massima efficienza biomeccanica. Invece vedo che lo proponete quasi "a prescindere".
    Il vincolo della schiena e delle tibie dritte nello squat mi serve per preservare il corpo, e questo è un tema. Ma mi pare di capire che una serie di vincoli vadano comunque introdotti (e poi variati) per dare dei confini all'interno dei quali operare, come per identificare dei punti di attenzione, dei riferimenti.
    Da (..ormai abbastanza ex-) judoka, penso che tornare a lavorare sui fondamentali sia probabilmente la cosa più produttiva in assoluto, in termini di ritorno in risultati.
    Da "uomo", credo che portare le persone a riprendere confidenza con il suolo possa essere altrettanto produttivo, in termini di benessere psicofisico.
    Grazie ancora per tutto!

  26. Marokun ha scritto:
    15 luglio 2012
    A quei tempi chiesi ai sette sollevatori più forti della squadra di aiutarmi a portare un pianoforte nel mio appartamento al quinto piano. Bene, dopo soli tre piani di scale erano esausti. Per terminare il trasloco chiamai due operai che facevano quello di mestiere e mi portarono il piano fino al quinto piano senza nessun problema. Fu una cosa imbarazzante.
    Questo è successo perché quei due uomini facevano quel lavoro da anni e avevano adattato i loro muscoli e il loro sistema energetico a quel tipo di sforzo.

    Questo è tratto dalla traduzione che deadboy ha fatto all'intervista a Abadjev

    Ovviamente non ha alcun valore, e tuttavia non so come dirlo altrimenti, ma per quel che ho provato oggi.. il PL ha "transfer" sull'arte di traslocare. :-)
    Ho rifatto lo STESSO trasloco di due anno fa: stessi mobili, stesse scale. Pur con la schiena ancora indolenzita per via della bombola, quest'anno i mobili volavano.
    Li sentivo un sacco di più, ho fatto tutto con molta più precisione e meno fatica.

    Due anni fa ero molto più in palla con il judo, ora ho fatto 12 settimane di MAV e poi sono passato alle ghirye.
    L'unica spiegazione che so darmi è che il mio lavoro di judo abbia sempre fatto schifo. Di aver sempre lavorato male, insomma.

  27. deadboy ha scritto:
    15 luglio 2012

    Io non so che sistema energetico aveva la precedenza quando ti allenavi per le gare di judo. Ma facendo judo non facevi i pesi come li hai fatti col mav, con la stessa frequenza, carichi e intensità. Non lavoravi male, semplicemente sono due cose diverse.

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