Una questione di cervello

di Pietro Trabucchi

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Pietro Trabucchi, si occupa da oltre due decenni di psicologia dello sport, ed in particolare del tema della motivazione e della resilienza.
Insegna "Psicologia dello sport" presso l'Università di Verona. È stato lo Psicologo della Squadra Olimpica Italiana di Sci di Fondo alle Olimpiadi di Torino 2006 (2 medaglie d'oro, 2 di bronzo) e psicologo delle Squadre Nazionali di Triathlon. Attualmente è psicologo delle Squadre Nazionali di Ultramaratona (Campione del mondo 2011 e 2012).
Ha lavorato alla preparazione dei membri di diverse spedizioni alpinistiche finalizzate all'acquisizione di record di ascensione (Aconcagua, Everest, Mc Kinley..). Nel 2005 ha raggiunto la cima dell'Everest nell'ambito della spedizione "Everest Vitesse.
È autore di diversi libri sul tema della resilienza e dell'allenamento mentale, tra i quali -Resisto quindi sono (Corbaccio)- ha vinto nel 2008 il Premio letterario del CONI ed è stato presentato nell'ambito del programma televisivo "Che tempo che fa". L'ultimo libro "Perseverare è umano", uscito all'inizio del 2012, è già alla 5^ edizione. Appassionato di sport di resistenza è stato più volte finisher del Tor des Geants e dell'Ultra Trail del Monte Bianco.

È stato consulente e formatore sui temi della resilienza e dello stress management in molte aziende; intorno a questi argomenti è stato recentemente chiamato ad insegnare presso il "Center of Excellence for Stability Police Units" che si occupa dell'addestramento delle forze internazionali in missione di pace inquadrate presso Eurogendfor e Onu.

La sua attività e materiali sugli argomenti da lui trattati possono essere scaricati dal sito www.pietrotrabucchi.it.

20 commenti
UnoQualunque dice:

… L’animale viene inseguito dai cacciatori e naturalmente all’inizio distanza gli inseguitori. Ma questi continuano ad inseguirlo basandosi sulle tracce quando non è più a portata di vista. Dopo qualche tempo la preda comincia a surriscaldarsi e deve rallentare: la sua termoregolazione non è efficiente come quella dei suoi inseguitori. Ma gli ominidi continuano ad inseguirla. Alla fine dopo un inseguimento che dura anche cinque o sei ore l’animale è sfinito; crolla a terra, ansimante e rassegnato, con lo sguardo perso mentre gli inseguitori lo raggiungono e lo finiscono a bastonate.

Come a dire che l’uomo è più resistente e veloce di un animale ?

Vorrei proprio vederlo un uomo che si mette a correre dietro ad una Lepre e riesce a catturarla con le mani .

UnoQualunque dice:

la ricerca di Bramble e Lieberman fa acqua : http://www.albanesi.it/notizie/ricerca_leggera.htm

deadboy dice:

Articolo interessante.
Comunque sul fatto che gli animali non siano in grado di autogestirsi non sono d’accordo e l’esempio si può andare a cercare proprio in Africa, tra i grandi felini.
Il leone sa di non essere molto veloce, sa di non poter correre all’infinito dietro la preda, sa che deve risparmiare le energie perché se poi resterà a bocca asciutta si ritroverà molto più stanco e affamato di prima. Tutta questa consapevolezza lo porta a ragionare, muoversi e agire in un certo modo: avvicinarsi sotto vento alla preda, scegliere preferibilmente la più debole e lenta del branco, eccetera.
Allo stesso modo l’antilope sa di non poter correre all’infinito e cercherà di fregare il leone che la insegue cambiando direzione repentinamente, per sbilanciarlo, fargli perdere più tempo ed energie e acquisire via via sempre più vantaggio, distanziandolo.
Gli animali non sono stupidi, tutt’altro, si sanno gestire eccome.
Il fatto è che loro, come l’uomo, si sono evoluti nel corso di migliaia di anni in funzione della sopravvivenza: per cacciare e non farsi cacciare. Si sono specializzati, sviluppando caratteristiche fisiche e capacità specifiche in funzione del luogo in cui vivono (paesaggio, clima, fauna, vegetazione).
Il valore aggiunto nell’uomo sta nella maggiore intelligenza, naturalmente frutto della sua evoluzione, e nelle sue straordinarie capacità di adattamento, che gli consentono di cavarsela in qualsiasi condizione climatica e ambientale.
L’antilope invece non ha mai avuto necessità di trasferirsi alle pendici delle Alpi o di visitare i Poli.
La sfida tra l’uomo e il cavallo fatta su di un terreno montuoso e con un cavallo cresciuto in cattività e portato da un uomo lascia il tempo che trova secondo me. Il cavallo ha 80 kg sulla groppa (sella + nano), è gestito dall’uomo che lo governa e si muove su un terreno che normalmente eviterebbe e dove certamente non andrebbe veloce per evitare di farsi male (cercando foto della gara vedo che si muovono anche sull’asfalto in alcuni tratti, allora grazie al piffero). In altre parole a parità di distanza il cavallo finisce per fare molta più fatica per via della zavorra e del terreno per lui difficoltoso.

deadboy dice:

Comunque il discorso della metodica della caccia fatta dai nostri progenitori meriterebbe un approfondimento, perché dubito che rincorressero la preda fino a che questa, sfinita, stramazzava al suolo.
Per un semplice motivo, si trovavano in un territorio per loro ostile, dove non c’erano solo prede, ma anche grossi predatori, piante e animali velenosi, infezioni e fratture per loro potenzialmente letali. Se gli andava bene magari campavano 20 anni. Tutti elementi che avrebbero dovuto suggerirgli di muoversi più cautamente.
Io sono più propenso a vederli cacciare come i leoni, in gruppo e con astuzia, circondando la preda, preferibilmente piccola o all’apparenza debole, per poi colpirla con una sassaiola; oppure spingerla in qualche gola o anfratto e ammazzarla con delle lance fatte con dei rami.
Molte delle trappole che si insegnano a realizzare nei corsi militari svolti nella giungla hanno origini antichissime. Voglio dire, per fare un buco in terra, coprirlo con dei rami e spingere la preda a passarci sopra non ci vuole un nobel. Magari a loro è successo per caso e poi l’hanno rifatto intenzionalmente
Guarda i metodi di caccia degli aborigeni o degli indigeni delle foreste dell’america latina. Ci si muove in gruppo, ci si avvicina alla preda piano e la si colpisce, oppure si fa rumore e la si spinge dove si vuole. Che poi sono anche i metodi di caccia impiegati dall’uomo moderno col fucile.
Tutto questo per dire che l’uomo erectus che insegue l’antilope col bastone mi sembra improbabile. 🙂

L’uomo riesce a concludere le ultra maratone anche e soprattutto grazie alla programmazione del suo allenamento e all’adattamento fisico e mentale che ne consegue. In altre parole si specializza in quello. La motivazione da sola non basta, certi limiti fisici si riesce a superarli perché ci si è già andati molto vicini in allenamento. E’ un “dolore” che si è già assaporato insomma e, bene o male, quell’esperienza precedente aiuta a gestirli meglio condizione di gara.

deadboy dice:

* volevo dire: in condizione di gara (mi sono perso un articolo).

trab trab dice:

Ciao Unoqualunque, ciao deadboy.
Quello della “caccia persistente” è oggi molto più che un’idea fantascientifica e azzardata. Riassumiamo i punti della teoria:
– Il clima di due milioni di anni fa, con l’alternanza di glaciazioni e periodi caldi provoca in Africa il ritiro di gran parte delle foreste e l’espansione della savana;
– Una parte degli ominidi che vivevano nelle foreste si trovano impossibilitati ad andare avanti campando come raccoglitori frugivori (vegetali e frutta);
– Di conseguenza si rivolgono alla predazione non di animali qualsiasi (non la lepre, Unoqualunque perché sono d’accordo che si sarebbero estinti) ma ungulati di media-grossa taglia;
– La savana è composta da spazi aperti in cui non è possibile confinare la preda; né sono ancora in possesso di una tecnologia che permetta loro di costruire trappole o armi per uccidere a distanza (sono cominciate ad arrivare 250mila anni fa)
– La loro “arma segreta” è la possibilità di far scattare nell’animale uno stato di ipertermia. Questo permette loro l’uccisione delle prede.
– I boscimani ancora oggi utilizzano l’ipertermia per bloccare la preda durante la caccia. Su You Tube è presente un bellissimo documentario di Richard Attenbourgh della BBC che mostra immagini reali e anche crude della caccia persistente.

Attenzione ai dettagli: questo avviene solo in Africa, perché il clima africano permette di far andare l’animale in ipertermia. Altre specie di ominidi, stanziati in climi più temperati, come i Neandertal, cacciavano in maniera completamente diversa (v. questo articolo David A. Raichlen, Hunter Armstrong and Daniel E. Lieberman, Calcaneus length determines running economy: Implications for endurance running performance in modern humans and Neandertals. Journal of Human Evolution, 60 (3) : 299-308, 2011). I Nandertal svilupparono – nonostante la contiguità genetica strettissima con noi-una minore predisposizione per l’endurance: infatti l’apparato locomotorio delle due specie differiva significativamente: i nostri cugini erano caratterizzati da arti molto più robusti e più corti dei nostri, con calcagni nettamente più lunghi. La lunghezza del calcagno influenza il costo energetico della corsa. I Neandertal erano soggetti ad un dispendio energetico maggiore durante la corsa, e probabilmente non la mantenevano per lungo tempo. Ciò probabilmente anche perché l’ipertermia era un obiettivo molto più difficile da raggiungere nei climi temperati europei dove i Neandertal vivevano. Anche i forti traumi riscontrati dalle analisi paleopatologiche sui loro arti superiori suggeriscono che le loro battute di caccia fossero soprattutto violente battaglie corpo a corpo con le prede, e che fossero quindi molto lontane dalle strategie di caccia persistente (“persistence hunting”) : i neadertal erano dei lottatori mentre i i sapiens dei maratoneti.

trab trab dice:

Ultimo suggerimento: va benissimo che vi facciate anche voi un’idea critica su queste ricerche ma, per Dio, non sul sito di Albanesi. Leggete i lavori originali, che al limite posso fornirvi tramite al redazione se non li trovate. Nello specifico del lavoro di Bramble e Libermann, ricordatevi che avere un lavoro pubblicato su Science, una delle riviste scientifiche più prestigiose al mondo, significa che la tua ricerca viene ispezionata per sei mesi da un board di ricercatori senior molto esperti. Tra i più esperti a livello mondiale nel loro campo. Albanesi è libero di sputare su chi vuole: resta il fatto che non è un ricercatore, anche se gli piace atteggiarsi a tale. E un ingegnere informatico tuttologo che ha pubblicato una trentina di libri in proprio che vanno dalle diete, alla corsa, alla ricerca della felicità. E’ una brava persona, ma su questo tema il suo parere non conta nulla (tra l’altro, ho letto quello che scrive. Alcune obiezioni sono veramente poco consistenti).

trab trab dice:

Ultimissima osservazione su quanto diceva deadboy che mi sembra tocchi il punto centrale dell’intero discorso. Certo che le ultramaratone vengono corse grazie agli adattamenti fisici e mentali che l’allenamento produce. Su questo non c’è alcun dubbio. La tua osservazione mi fa sorgere un dubbio: come se tu avessi capito che quando parlo di motivazione io stessi parlando di una specie di forza magica piovuta dal cielo. Niente di più lontano dal vero. Nel caso della corsa prolungata la motivazione – in questo caso sarebbe meglio dire la capacità di resistere alla fatica e di dilazionare la gratificazione- è legata all’attività (misurabile) delle aree prefrontali della corteccia. Si tratta di qualcosa di molto concreto, allo stesso modo degli aspetti neurali presenti nella forza. Ripeto, non c’è niente di magico: se coltivi al massimo le tue qualità motivazionali, quello che ti viene consentito è di andare in fondo alle tue capacità metaboliche. Nulla di più di questo. Ma quanti atleti oggi arrivano ai loro limiti metabolici? Il messaggio dell’ articolo se vuoi è proprio questo: come specie, nasciamo tutti dotati potenzialmente di grandi capacità motivazionali. Ma se poi non le coltiviamo –attraverso l’allenamento- ci riduciamo come gran parte della popolazione dei paesi avanzati: una sorta di zombie, privi di volontà per essere dei perfetti consumatori.

UnoQualunque dice:

Ciao Trab
Intanto mi piacerebbe capire A CHI va attribuita la paternità di questo articolo, che hai scritto . http://giano.luiss.it/prepararsi-al-meglio/una-questione-di-cervello/

ricordatevi che avere un lavoro pubblicato su Science, una delle riviste scientifiche più prestigiose al mondo….A me questo non dice un bel niente . Si trovano errori di ricerche in riviste di qualsiasi livello e grado .
Peccato che si trovano meno le smentite . e qui la questione si farebbe lunga .

Albanesi è libero di sputare su chi vuole: resta il fatto che non è un ricercatore, non significa che una persona non possa obbiettare e non trovarsi da accordo con quello trova scritto – “”anche se gli piace atteggiarsi a tale”” e qui ti sbagli completamente .

. E’ una brava persona, ma su questo tema il suo parere non conta nulla. questo lo dici Tu .
Chiunque esso sia se trae delle conclusioni logiche e corrette non vedo per quale motivo non dovrebbe contare nulla . Tanto varrebbe che nessuno criticasse quello che trova scritto e prenda per oro colato ogni ricerca .

UnoQualunque dice:

…I boscimani ancora oggi utilizzano l’ipertermia per bloccare la preda durante la caccia.

I Boscimani i migliori “tracker” [ ricercatori di tracce ] che ci sono sul pianeta, utilizzati in aiuto alla Polizia Australiana nei casi di Rapimento, hanno risolto più casi di rapimento i boscimani Australiani che tutta la Polizia Australiana messa assieme, Impedisci ad un Boscimane di seguire le tracce dell’animale, col cazzo che lo trova perché è andato in ipertermia .

Non ti piace l’esempio della Lepre . okay .
Diversi anni fa! dove abito fu fatta una scommessa tra amici, consisteva in questo: un cavallo per l’esattezza di razza pony doveva percorrere cento km di corsa trainando un calesse con quattro uomini sopra, poteva fermarsi una sola volta a metà percorso per soli dieci minuti [ bere e mangiare ] ok la scommessa fu vinta dal cavallo .

Sono convinto che non esista uomo a questo mondo capace di trainare un calesse con quattro uomini sopra per cento km facendo una sola sosta, allo stesso ritmo del cavallo .

deadboy dice:

Pietro, non pensavo certo a una “magia”. Ho capito il senso della cosa e lo trovo anche molto interessante, come pure tutto il discorso sul calo del glucosio e il “salvavita”.
Ma penso che la vera differenza tra l’uomo e l’animale nella gestione delle proprie energie risieda proprio nella maggiore intelligenza del primo, che gli permette di ritrovare la calma, ragionare a mente fredda e recuperare le energie necessarie per andare avanti anche in situazioni di forte stress psicofisico.
Anche uscendo dal discorso della prestazione sportiva, si può guardare a quanto avviene nelle selezioni per le forze speciali, dove gli aspiranti vengono messi in forte condizione di stress psicofisico, privandoli del sonno, del cibo, dell’acqua e nello stesso tempo vengono sottoposti a prove fisiche di notevole difficoltà, appunto per selezionare quelli tra loro che mostrano di avere maggiori capacità nel gestire lo stress. Anche in questo caso interviene la forza di volontà, scatta un qualcosa che ti porta ad andare avanti nonostante il cervello e l’organismo chiedano uno stop.
Quanto poi queste capacità dipendono dallo sviluppo delle zone del cervello di cui parli e se queste si siano effettivamente evolute nel corso dei millenni per effetto della presunta particolare metodica di caccia dei nostri antichi progenitori non lo so, ma conservo i miei dubbi sul fatto che abbiano cacciato prevalentemente a quel modo per millenni, per i motivi che ho detto e perché l’Africa non era affatto tutta savana, come non lo è oggi. Magari lo sviluppo di quelle zone particolari della mente è più recente e dovuto ad altro.
Andrò a vedermi quel documentario, però. Quindi grazie per la dritta.

trab trab dice:

Ehilà Unoqualunque,
L’autore del pezzo che citi sono io. E’ specificato qui http://giano.luiss.it/prepararsi-al-meglio/
Sia il pezzo che hai citato che l’articolo qui sopra, sono estrapolazioni di un capitolo di un mio libro.
Comunque ho mandato alla redazione l’articolo originale di Bramble e Liebermann così te lo puoi leggere e farti un’idea tua sulla questione. Poi se vuoi ne riparliamo. Ciao

trab trab dice:

Ciao Deadboy,
sono d’accordo, la questione è complessa. Ma bisogna pensare che negli ultimi due milioni di anni hanno girato per il nostro pianeta vari gruppi di ominidi che si sono poi estinti (l’esempio del Neandertal è il più celebre). L’Homo Sapiens Sapiens deriva da un gruppo collocabile in aree molto precise, dalle quali si è diffuso ovunque DOPO. Per cui è probabile che determinati adattamenti fossero già stati selezionati in modo decisivo al momento della diffusione su grande scala. Oggi si ritiene che lo sviluppo finale alle aree prefrontali sia stato legato alla vita in grossi gruppi sociali, dove è diventato enormemente importante l’autocontrollo ( x es. non posso per esempio sparare a tutti quelli che mi sono antipatici ? ). I meccanismi di autocontrollo si sono evoluti partendo da quei meccanismi che ti facevano resistere alla tentazione di fermarti per la fatica (per lo meno si riscontra l’attivazione delle stesse aree quando un soggetto è sottoposto sia ad un compito del primo che del secondo tipo). L’altra grande evidenza deriva dagli esami sul cervello degli atleti: è diverso funzionalmente, c’è poco da fare. E la grande differenza sta sempre lì. Spero più avanti ci sia spazio per parlare in modo approfondito di queste cose. Ciao

deadboy dice:

Eh, ma i meccanismi di autocontrollo sono sviluppati anche negli animali. Basta guardare un qualsiasi predatore mentre caccia per rendersene conto.
Sarebbe più sensato fare questo confronto osservando il comportamento animale nel loro ambiente naturale, senza fare raffronti forzati tipo quello della gara uomo contro cavallo, dove per giunta al cavallo si danno degli handicap.
Gli animali diversi dall’uomo si sono evoluti per far fronte a determinate esigenze legate all’ambiente in cui hanno vissuto per migliaia di anni, quindi se io li costringo ad affrontare una situazione che in natura non hanno mai vissuto o difficilmente dovrebbero superare li metto in crisi ed è naturale allora che non siano in grado di gestirsi al meglio, ma reagiscano d’istinto e vadano nel panico.
La fregatura in questi confronti uomo contro animale è che l’animale si deve sempre muovere entro i paletti stabiliti dall’uomo. 😀

UnoQualunque dice:

L’autore del pezzo che citi sono io. Questo mi fa PIACERE
Sia il pezzo che hai citato che l’articolo qui sopra, sono estrapolazioni di un capitolo di un mio libro.

Comunque ho mandato alla redazione l’articolo originale di Bramble e Liebermann così te lo puoi leggere e farti un’idea tua sulla questione.

Non mi fossi fatto un’idea mia, non sarei nemmeno intervenuto.

Comunque GRAZIE

giannino giannino dice:

Trovo l’articolo per niente banale. Suggerisco agli amici del forum, quando l’autore indica la luna, di guardare la luna e non il dito.

deadboy dice:

Nemmeno io lo trovo banale, però il plurale che hai usato non mi piace, visto che qui ci ho scritto anch’io.
Ho capito bene di che discute l’articolo, ma il mio interesse finisce qui e se c’è un aspetto del discorso che non mi quadra o su cui ho delle perplessità, qui come in altri articoli, dico la mai se mi va, anche se riguarda un aspetto secondario (o apparentemente tale) della questione.

UnoQualunque dice:

È arrivato il commento Intelligente, che da dello stolto a spada tratta .
Perfetto ” giannino ” è quello che mancava .

giannino giannino dice:

Sbagliato, non era e non è affatto nelle mie intenzioni dare dello stolto ad alcuno! Ho semplicemente, citando deadboy, “detto la mia”.

Ermenegildo Ermenegildo dice:

Articolo molto interessante, soprattutto per il rigore con cui è scritto.

Trovato anche abbastanza interessante l’articolo originale sugli adattamenti fisiologici alla corsa.

Decisamente interessante la seconda parte dell’articolo in cui si parla degli aspetti fisiologici della volontà.

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