RawTraining

Allenamento intuitivo? No, allenamento conoscitivo!

Allenamento intuitivo? No, allenamento conoscitivo!

Si immagini di dover affrontare un viaggio, la destinazione è spesso il primo pensiero a palesarsi alla mente eppure risulta immediatamente necessaria una scelta, inerente alla direzione che si intende perseguire per il raggiungimento della destinazione stessa.
Questa scelta è arbitraria ma subordinata alle potenzialità determinate anche dalle esperienze pregresse.

Qualsiasi percorso si scelga di seguire è primario comprendere che l'esperienza del viaggio è in ogni caso irripetibile, in quanto le condizioni esistenti alla partenza saranno modificate durante il viaggio stesso, sia che si raggiunga la destinazione o che si decida di cambiare rotta.
Pur affrontando lo stesso viaggio diverse volte, essendo le condizioni di partenza mutate non sarà possibile un confronto, ogni esperienza è di fatto irripetibile e unica.

Si rappresenta quindi l'allenamento come un viaggio.
A prescindere da quale percorso si intenda intraprendere nell'intento di raggiungere un obiettivo (destinazione) è fondamentale che alla base vi sia attenzione particolare alla qualità dell'allenamento, intesa come aderenza al modello esecutivo e ricerca delle migliori condizioni di interpretazione.

Il modello esecutivo non è visto come una rappresentazione ideale di un esercizio quanto più come la definizione di una serie di vincoli da rispettare al momento di attuazione da parte dell'atleta, in questo senso è una interpretazione personale.
L'atleta per conformarsi ai vincoli imposti è costretto ad osservare e analizzare le azioni che compongono il gesto atletico e valutare quanto l'attuazione sia aderente al modello esecutivo scelto. Ma perché è così importante rispettare il modello esecutivo?
Il miglioramento della prestazione su base qualitativa porta in sé i presupposti per l'ulteriore incremento prestativo, estrinsecabile anche come raggiungimento di nuove abilità motorie o come affinamento delle preesistenti.

Quanto detto presuppone che l'allenamento sia inteso come un procedimento di conoscenza in cui l'atleta fa una operazione di continuo confronto tra il risultato atteso e il risultato ottenuto.
L'osservazione continua del proprio operato permette di rendere cosciente di particolari via via sempre più fini che compongono il gesto atletico stesso, ponendo già le premesse per ulteriori sviluppi.

In quest'ottica il rawer deve costruire una mentalità da atleta evoluto, deve essere in grado di imparare da se stesso, costruire esperienze che permettano di progredire e raggiungere i propri obiettivi.

Parametri quali serie, ripetizioni, possono non essere indicativi della qualità del lavoro svolto e se vengono utilizzati come traccia o percorso di allenamento rischiano persino di diventare fuorvianti nel momento in cui per rispettare l'imperativo numerico si va a sacrificare la qualità dell'allenamento stesso.

Partendo dal presupposto che la qualità non può mai, in nessun caso, passar in secondo piano l'unico altro parametro che in definitiva è spesso predeterminato è il tempo che possiamo dedicare all'allenamento stesso.
Dedicare tempo all'apprendimento e affinamento di una abilità ponendo attenzione alla qualità dell'allenamento è ciò che dovrebbe esser primario.
Quanto più tempo si passerà ad allenare un gesto atletico in maniera da rispettare il modello esecutivo tanto più si avrà la possibilità di interiorizzare il gesto stesso e potenzialmente avere un miglioramento della prestazione.

Quanto scritto non vuole fornire alcuna verità assoluta, ma solo mostrare un'opportunità che può portare ad una progressione, ad un'evoluzione dell'atleta, magari un'opportunità poco "confortevole" dato che il dover viaggiare senza aver quantomeno programmato e previsto tutto il viaggio può risultare "destabilizzante".

Questo deve così portare il rawer nel tempo ad uscire dalla zona di comfort, mettersi così in gioco e scegliere di apprendere nuovi e più complessi schemi motori che potrebbero essere maggiormente accessibili, a livello di comprensione, a patto di aver svolto prima un lavoro ottimale con movimenti più semplici.
Queste sfide permettono di acquisire ulteriori competenze motorie e concettuali con cui reinterpretare in maniera più matura anche i movimenti precedentemente utilizzati.
L'operazione di reinterpretazione è di fatto un nuovo apprendimento, e presuppone un continuo lavoro di auto osservazione da parte dell'atleta e la messa in atto di strategie atte alla risoluzione dei problemi imposti dall'allenamento stesso.
Il discorso sull'anello debole risulta attuale se considerato nell'ottica delle competenze motorie, ovverosia i movimenti che risultano più ostici, di difficile gestione e apprendimento potrebbero essere i più produttivi ai fini del miglioramento della gestione corporea in quanto la difficoltà sarebbe proprio indice di qualche mancanza.
Che la mancanza sia di natura coordinativa o condizionale non cambia la sostanza del discorso in quanto di fatto la possibilità di esprimere forza è intrinsecamente connessa alla abilità.

Una situazione facilmente utilizzabile come esempio è l'apprendimento del Muscle Up.
Esistono persone che nonostante livelli di forza elevati, in termini di forza massimale nella parte superiore del corpo, non riescono a compiere il gesto completo.
Risulta ancora più evidente confrontando i livelli di forza massimale di altre persone, magari meno forti in esercizi più semplici ma in grado di chiudere tranquillamente l'esecuzione del Muscle Up, addirittura per più ripetizioni.
Ciò che non permette di completare l'esecuzione del gesto atletico, e in definitiva di esprimere forza, è la mancanza di conoscenza/interiorizzazione dello schema motorio relativamente complesso.
La vera forza è dimostrata da chi raggiunge la prestazione e non è quindi un concetto assoluto ma sempre legato al contesto.

Se si è abili si è forti, se si è forti ma non in grado di esprimere la forza non si è realmente forti!!
In questo senso potrebbero esistere esercizi praticabili con vincoli tecnici differenti, di volta in volta si potrebbe scegliere un vincolo piuttosto che un altro sulla base di una valutazione, in ogni caso strettamente personale, ma la capacità di discriminare nell'atto pratico tra una esecuzione e l'altra è abilità; il rawer deve puntare a questo, ovvero sia esser padrone del proprio corpo, superare i propri limiti riconoscendo i propri anelli deboli.

La "forza" non può essere legata a una disciplina o ad una abilità ma ogni rawer deve identificare la forza a cui aspira e il modello a cui tendere partendo dalla prestazione nel suo target.

A costo di risultare eccessivamente ripetitivi vi lasciamo con questa massima:

non esiste l'allenamento che ti prepara al gesto ma solamente quello che ti mette nelle condizioni di apprendere(lo)!

Note sugli autori

Boris Tripodi, RawTraining Strength Master Coach. Laureato in scienze motorie, master universitario in traumatologia da sport e rieducazione funzionale presso il suism di Torino. Studente di osteopatia presso l'istituto TCIO di Milano.

Jacopo Arienti, RawTraining Strength Master Coach. Tra i fondatori del gruppo di allenamento "7th block calisthenics", coach di gymnastics per il Clean Cut Competitor Program(CCCP) per cross Atletes. Mosso dalla convinzione che l'attività fisica è prima di tutto sperimentazione diret-ta, alla costante ricerca di sfide in ambito sportivo che possano ampliare il proprio baga-glio motorio, attualmente impegnato come agonista di lotta olimpica stile libero e grap-pling. Libero pensatore e inevitabilmente Rawer.

Commenti

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  1. swarovski, RTSMC ha scritto:
    21 gennaio 2013

    ottimo postulato, lo condivido pienamente, temo pero' non sia di accettazione comune neanche su rawtraining...

  2. Biris, RTSMC ha scritto:
    21 gennaio 2013

    grazie swarovski, immaginiamo che non sia di facile accettazione e non vorremmo venisse preso come "dogma", è però quello che stiamo sperimentando nell'allenarci e nell'allenare. E' molto più pratico che teorico.
    Grazie ^___^

  3. adogruzzaq, RTSMC ha scritto:
    21 gennaio 2013

    Ovviamente e per definizione, concordo con la logica.
    Mi è sfuggito quale sia il postulato di difficile accetazione?

  4. Piedamaro ha scritto:
    21 gennaio 2013

    ..Concordo con l'autore..
    ..la 'zona di comfort'..quale inganno è spesso nei nostri allenamenti..
    Veramente un bell'articolo complimenti
    Pie

  5. Biris, RTSMC ha scritto:
    21 gennaio 2013

    Ciao Ado, non so risponderti in maniera sicura e diretta perché ognuno potrebbe non condividere una parte o tutto il discorso. Forse quello che potrebbe "destabilizzare" è l'accenno che viene fatto su come serie e ripetizioni possano in taluni casi essere fuorvianti anziché risultare come si vorrebbe una traccia fondamentale... oppure sul modello esecutivo che non vuole essere visto come modello ideale..
    Insomma, io non saprei risponderti perché l'articolo l'ho scritto con Jacopo e condividiamo quanto fatto, però potrebbe sempre accadere che qualcuno non condivida il pensiero.
    Grazie dell'intervento e spero, per quanto semplice, tu abbia trovato l'articolo interessante.

  6. Marokun ha scritto:
    21 gennaio 2013

    Ragazzi buongiorno e complimenti. Il concetto è denso, per cui non mi preoccupo nel confessare che non sono sicuro di avere capito bene.
    Vado via piatto, se ho capito male mi corìgerete: vediamo persone che hanno una grandissima capacità di esprimere forza su alcuni gesti molto specializzati, ma che non riescono a gestire facilmente altri tipi di gesti. Li vedo "legnosi", e - come rawer - non sono soddisfatto. Voglio coniugare l'arte della forza con l'arte del movimento.
    Anche l'apprendimento della forza pura è un percorso di apprendimento, me ne rendo conto quando dico che la tecnica è tutto. Ma è un apprendimento molto verticale, mi rendo conto che mi serve anche altro. Come dire: necessario e ottimo, ma non sufficiente.
    Gregory Bateson diceva che tutta la materia vivente è in grado di apprendere, anzi, è proprio questo che la rende tale. Ma poi identificava un livello superiore, il deutero-apprendimento, ovvero la capacità di apprendere ad apprendere. Credo stiate parlando di questo.
    Ogni allenamento è un occasione non solo per apprendere, ma anche di creare nuove strategie di apprendimento. Il percorso che inizierò dipende da dove voglio arrivare, ma in ogni caso gli ingredienti strutturali sono il mio tempo interno e lo schema motorio.
    Carico, ripetizioni, tempo esecutivo e di recupero, sono i "mattoni" con cui posso lavorare, ma il progetto, il blueprint è incastonato nel mio percorso evolutivo, fatto innanzitutto di ampliamento progressivo della mia capacità di accesso a schemi motori sempre più densi.
    Poi magari non ho capito una fava, ma a me sembra così :-D

  7. Biris, RTSMC ha scritto:
    21 gennaio 2013

    Marokun, ottimo. La tua conoscenza e competenza nello studio dei sistemi è esaltante e di più mi diverte che riesca a rendere semplici concetti che hanno portato a sviluppi complessi nelle scienze biologiche, cognitive e tecniche.
    Ora però nella parte finale del tuo discorso vorrei che integrassi quello che secondo noi permette tutto: il tempo.
    Il passaggio successivo è la possibilità che "gli ingredienti strutturali sono il mio tempo interno e lo schema motorio" hanno di procedere è relativa (e Einstein mi perdonerà) al tempo.
    Messa così non è semplice ma, interessante e stimolante ;-)

  8. Marokun ha scritto:
    21 gennaio 2013

    Boris, innanzitutto grazie, sono davvero contento che i miei ragionamentini possano incastrarsi con il vostro lavoro.
    Sono d'accordo con te che il tema centrale possa essere davvero il tempo, e non è davvero un tema da poco! Facciamo sempre molto fatica a parlare del tempo, soprattutto perchè, a livello culturale e scientifico, siamo inchiodati sulla visione del tempo lineare e reversibile dell'orizzonte degli eventi. Quel tempo universale che è rimasto uguale da Galileo, a Newton, a Einstein; il tempo che ci permette di mettere in fila gli eventi e leggere i legami di causa e effetto secondo leggi fisiche che, in linea di principio, sono reversibili.
    Ne parla benissimo Enzo Tiezzi, nel suo "Fermare il tempo". Il superamento di questo cardine scientifico e culturale è davvero un tema enorme, e un gigantesco taboo. Ma per un rawer secondo me non serve tirare in ballo il casino in cui si trovano i fisici quando cercano di mettere d'accordo l'irreversibilità di Boltzmann con le equazioni di Schroedinger :-D. Secondo me ci basta lasciare aperta la porta alla possibilità e all'utilità di considerare il tempo anche in modi diversi.

    In questo modo ci imbattiamo in un tempo che interessa tantissimo al rawer, che è il tempo interno. La velocità del tempo interno a un sistema non è determinata dal girare delle lancette, ma al numero delle interazioni (sempre irreversibili) che avvengono all'interno del sistema. Tempo interno e tempo dell'orologio non sono dunque legati in una forma fissa, ma variabile. Lo scorrere del tempo dentro al rawer dipende dal numero di interazioni che avvengono dentro di lui.

    Se la vediamo così ogni allenamento può aumentare la mia complessità, ma attenzione: non ogni esperienza ha lo stesso valore! Se lavoro senza aumentare la mia capacità di apprendere, se ripeto schemi banali, la mia prestazione può anche aumentare per quel poco di apprendimento organico dovuto al condizionamento muscolare, ma il mio tempo interno non varia. Anzi..

  9. Marokun ha scritto:
    21 gennaio 2013

    Se mi guardo stando "fuori", sul tempo dell'orologio, vedo che il mio tempo interno, soprattutto terminata l'adolescenza, tende tipicamente a rallentare.
    L'apprendimento mi consente di invertire questa tendenza.

    Nella vita del rawer:
    - se faccio il bicipite in isolamento sulla panchetta la mia complessità non cresce, o cresce pochissimo.
    - se faccio esercizi diversi ogni giorno, senza dargli densità, senza avere una linea che mi permette di rendermi conto della mia crescita, misurando la prestazione in aderenza a un modello, non cresco o cresco pochissimo.

    Da che cosa posso accorgermi che la mia complessità non cresce? Che il mio tempo interno sta rallentando? Dal fatto che non cambio, che non sono capace di cambiare. Che la mia esperienza, il mio vissuto organico "stalla".

    Da fuori si vede benissimo: ti muovi male e sei brutto da vedere. Magari i carichi, o i centimetri di circonferenza del bicipite crescono ancora un po', ma sei uguale a ieri, hai smesso di scoprire cose e di stupirti. E non è una questione mentale o intellettuale! Al contrario, è un fatto assolutamente organico. D'altra parte, ogni pensiero è comunque un fatto organico.

    È bello fare 200 kg di stacco, ma se poi prendo due ghirie e sento delle sensazioni diverse, le mie spalle si stupiscono e inizio un nuovo percorso che mi può far crescere molto.
    Se poi mi metto in verticale, e sento il sangue che si muove in un modo strano, e il mondo al contrario, e inizio un nuovo percorso fino a camminare disinvolto sulle mani.. Se poi sto in un bosco e sollevo un tronco, le mie mani si stupiscono, e i miei polmoni anche. Torno a trovarlo ogni giorno, quel tronco, e il mio tempo interno continua a crescere, continuo a apprendere.

    A quel punto torno al mio bilancere e non so se faccio subito 200 kg, probabilmente no, ma di sicuro sento cose diverse da quando l'ho lasciato l'ultima volta, perchè sono diverso, perchè la mia complessità è cresciuta. E il mio stacco è più bello.

  10. Biris, RTSMC ha scritto:
    21 gennaio 2013

    ..non c'è molto da aggiungere, e non che sia necessario farlo. Percepisco però, una pur non lineare relazione tra tempo interno e quello che apparentemente definiamo tempo lineare. E senza l'uno l'altro non potrebbe palesarsi..
    So che questa relazione l'hai presa in considerazione nel precedente post, ma ci tenevo ad esprimere completamente l'opinione. Non vorrei approfondire ulteriormente per onesta incapacità di esprimere un concetto complicato, rischiando di banalizzarlo.

  11. Biris, RTSMC ha scritto:
    21 gennaio 2013

    Aggiungo Marokun, che questo "colloquio" mi è piaciuto molto. Grazie.

  12. Marokun ha scritto:
    21 gennaio 2013

    :-) :-D

  13. Marokun ha scritto:
    21 gennaio 2013

    grazie mille a te!!

  14. adogruzzaq, RTSMC ha scritto:
    21 gennaio 2013

    No Boris, lo hai scritto una riga sopra il mio intervento:

    swarosky ti dice 'ottimo postulato' e tu rispondi grazie swarovski, immaginiamo che non sia di facile accettazione.

    Intendo quello, qual'è intendete per postulato di difficile accettazione.

    No l'articolo è tutt'altro che semplice, anzi, volevo capire il punto centrale che intendeva Swarosky e appunto perchè credevo mi fosse sfuggito.

  15. Marokun ha scritto:
    22 gennaio 2013

    Ado buongiorno.. immagino si riferiscano alla massima finale: non esiste l'allenamento che ti prepara al gesto ma solamente quello che ti mette nelle condizioni di apprendere(lo)!

  16. swarovski, RTSMC ha scritto:
    22 gennaio 2013

    ciao Ado,
    sostanzialmente l'ha gia' espresso Marokun, ricordo comunque come fossimo concordi in alcuni scambi avuti in passato in merito allo sviluppo della forza, argomento sovrano qui su rawtraining.
    Leggendo:
    "
    Una situazione facilmente utilizzabile come esempio è l'apprendimento del Muscle Up.
    Esistono persone che nonostante livelli di forza elevati, in termini di forza massimale nella parte superiore del corpo, non riescono a compiere il gesto completo.
    Risulta ancora più evidente confrontando i livelli di forza massimale di altre persone, magari meno forti in esercizi più semplici ma in grado di chiudere tranquillamente l'esecuzione del Muscle Up, addirittura per più ripetizioni.
    Ciò che non permette di completare l'esecuzione del gesto atletico, e in definitiva di esprimere forza, è la mancanza di conoscenza/interiorizzazione dello schema motorio relativamente complesso.
    La vera forza è dimostrata da chi raggiunge la prestazione e non è quindi un concetto assoluto ma sempre legato al contesto.
    "

  17. swarovski, RTSMC ha scritto:
    22 gennaio 2013

    rifletto e ne cerco un filo logico ritornando inevitabilmente alle mie consapevolezze. Quando leggo diari di ragazzi che hanno come obiettivo le trazioni alla sbarra con un dito o un aumento indefinito dei massimali di panca, mi chiedo quanto ritorno potranno mai avere da quell'investimento di tempo ed energie in termini di competenza generica, che rappresenta la mia interpretazione di rawtraining, fratello maturo e saggio del crossfit.
    Fai 50kg di panca? fai 2 trazioni? ok, sei scarso ed hai sicuramente delle lacune oggetive in quell'ambito, fai 100kg di panca? fai 12 trazioni? parche' dovresti spingerti oltre se ad esempio non sei concordemente competente in altri ambiti? non so, non fai neanche 100punti al quadrathlon test, essendo quindi decisamente sbilanciato e non riuscendo a tradurre quella forza in altre qualita' fisiche come la potenza misurata con il test.
    Un conto e' allenarsi a fini agonistici in una specialita' quale puo' essere l'arrampicata, il powerlifting, l'artistica, ecc. ma credo diventi un errore perseguire certi modelli senza interiorizzarli ed interpretarli, Arrampicarmi con un dito o fare 200kg di panca non mi fara' mai correre meglio se a correre non ci vado mai perche' devo fare allenamenti specifici 6 volte su 7 per perseguire i miei obiettivi. Sempre come interpretazione personale mi sembra che spesso si confonda il fine con i mezzi. Il fine, per quanto soggettivo, qui su rawtraining l'ho sempre interpretato come competenza fisica, non la preparazione ad un passaggio V7 o al titolo regionale di panca, perche' per arrivare a quei livelli si deve sicuramente essere specialisti, avere un allenatore e dedicargli molti anni.

  18. Biris, RTSMC ha scritto:
    24 gennaio 2013

    Ciao Ado, sono felice che abbia risposto direttamente swarowski e che Marokun abbia dato la sua interpretazione.
    Il mio rispondere in quel modo è stato relativo al primo intervento di swarowski e voleva la mia essere una risposta cortese e che non contenesse la presunzione che quanto esposto dovesse in qualche modo essere preso come una "direttiva", una "verità" o altro. Quindi ho posto l’accento sul fatto che potesse essere di difficile accettazione perché era stato espresso questo dubbio.
    L'articolo è un elaborazione mia e di Jacopo, che forse potrà condividere il mondo intero, ma non lo abbiamo pubblicato per questo motivo. L'intento è quello di portare delle riflessioni e stimolarne altre.
    Poi sono sereno nell’affermare che tu abbia compreso molto bene il punto centrale dell’articolo.

    Swarowski, vorrei specificare che nella mia idea di allenamento (ma penso anche di Jacopo) l’approccio presentato sia valido anche per gli specialisti, immaggino tu non li escludessi, ma ci tenevo a esprimerlo.

  19. swarovski, RTSMC ha scritto:
    24 gennaio 2013

    mi trovi solo parzialmente concorde, dipende molto dal livello, dallo sport, dalle caratteristiche individuali, dall'eta', dal tempo disponibile, ecc.
    magari puo' essere un buon investimento a lungo termine in alcuni casi, ma spesso la componente tecnico-tattica specifica e' cosi' alta da non giustificare investimenti consistenti in competenze fisiche generiche quando il fine e' esclusivamente agonistico.
    La valutazione e' cosi' strettamente individuale da non permettere facili generalizzazioni o classificazioni.

  20. Biris, RTSMC ha scritto:
    24 gennaio 2013

    si Alberto, penso di comprendere la tua osservazione e non la posso obiettere. Integro la mia affermazione, specificando come il modello presentato è visto in chiave educativa, formativa e che quindi sarà tanto più efficace quanto più lontani saremo dalla “formazione finale”, quindi pensiamo ai bambini. Ma, l’affinamento anche per l’atleta evoluto è una costante, ecco perché lo vedo valido anche sui “professionisti”. Poi come somministrare ciò e in che quantità è sempre il caso specifico a definirlo. Non vorrei quanto scritto fosse interpretato come, essere competenti nella motricità, sia in disaccordo con l’essere specialisti in un suo ambito.

  21. zalex5 ha scritto:
    24 gennaio 2013

    Sinceramente credo che il punto più difficile da accettare di questo articolo sia legato alla messa in discussione delle schematizzazioni classiche che spesso stanno alla base dell'allenamento.
    Ammettere che le serie e le ripetizioni non siano nient'altro che una delle possibili risposte ad un problema complesso (e probabilmente nemmeno la migliore)... o che non esista una tecnica di esecuzione ideale per un esercizio ma che il modello esecutivo possa variare a seconda del contesto .... sono entrambe affermazioni che "neanche su RawTraining" (per usare le parole di Swarovsky) sono di accettazione comune (ciò non toglie che molti la pensino già così).
    Credo che atleti pro o comunque atleti seguiti da tecnici validi abbiano tutti superato più o meno volontariamente le schematizzazioni "rigide" che di fatto si utilizzano per i principianti e gli intermedi. Lo stesso MAV o altre programmazioni che contengono elementi auto-adattativi sono primi passi verso una concezione più individuale del workout.
    Ovviamente per poter giudicare che la propria esecuzione sia conforme al modello scelto o che il tempo a disposizione per la sessione sia utilizzato in modo efficiente è necessario avere un'ottima capacità di analisi che credo si possa affinare solo con l'esperienza e con la conoscenza approfondita del soggetto (il fatto di essere allenatore di se stessi può essere d'aiuto ...ma non è sempre facile essere obiettivi, quindi il parere di un "esterno" può sempre essere utile).
    Il problema è che per arrivare a questo livello di analisi bisogna innanzi tutto volerlo e in realtà a me sembra che ci siano molte persone che non abbiano la minima propensione a questo modo di procedere. Non è un delitto cercare la programmazione più efficace o ispirarsi al modello esecutivo proprio di uno sport che si considera "di riferimento" per un determinato esercizio...però qua si parla di andare oltre. Abbandonare gli schemi e le semplificazioni accettando la complessità che ci caratterizza.
    Altro concetto secondo me di non facile "digeribilità" è quello legato alla "misurazione" della forza... chi è davvero forte ?
    Troppo spesso si dà per scontato che il più forte sia quello che solleva un carico maggiore…per molti probabilmente resterà questo il parametro di riferimento … ma non è così che RawTraining interpreta la forza.

  22. zalex5 ha scritto:
    24 gennaio 2013

    Ogni qual volta fissiamo un obiettivo … ogni volta che sfidiamo uno dei nostri demoni… abbiamo implicitamente deciso cosa significa per noi essere "forti".
    L'esempio fatto sul Muscle Up è nato da una considerazione fatta a Jacopo e Boris dopo aver letto una prima stesura dell'articolo.
    La riporto di seguito:
    Leggendolo mi è venuto in mente il mio desiderio di imparare il Muscle-up ... è un esempio che direi molto calzante. In passato l'idea sarebbe stata "Non riesci a fare il muscle up quindi devi identificare l'anello debole e allenarlo" ... in quel caso però l'anello debole sarebbe stato inteso come "un muscolo o un gruppo muscolare non abbastanza forte da permetterti di chiudere il movimento". Ora, io non penso proprio di avere un anello debole in questo senso e lo capisco benissimo osservando i livelli di forza di altre persone che riescono non solo a chiudere il movimento ma anche ad eseguire più ripetizioni consecutive di quell'esercizio (persone che magari pesano come me e che magari hanno anche leve più svantaggiose). Credo che confrontandomi con loro esclusivamente sulla forza massimale non troverei un movimento "semplice" (dal punto di vista dello schema motorio) in cui non ottengo prestazioni superiori ... eppure ... io sono più debole di loro in questo esercizio....perchè il mio anello debole è proprio relativo alla mancanza di conoscenza/interiorizzazione dello schema motorio complesso che mi permetterebbe di chiudere il movimento.
    Niente di nuovo … scrivo una banalità … la forza secondo RawTraining è sempre stata legata alla prestazione. La prestazione è direttamente connessa all’obiettivo, al demone…quindi è su quest’ultimo che si basa il concetto stesso di forza … un concetto decisamente relativo.
    Un piccolo commento infine anche sulla questione legata al grado di specializzazione.
    Io credo che anche questo dipenda dagli obiettivi personali. Il fatto che RawTraining abbia sempre mantenuto un approccio aperto verso ogni disciplina e verso ogni strategia di allenamento discende direttamente dall’approccio pragmatico che ci ha spinto in tutti questi anni e dalla pluralità di stimoli che riceviamo costantemente.

  23. zalex5 ha scritto:
    24 gennaio 2013

    Molti di noi hanno davvero obiettivi che potrebbero ricordare quelli del crossfit (mi riferisco all’obiettivo e non al modo di conseguirlo)… altri invece hanno interessi decisamente verticali e focalizzati su uno sport o su una particolare attività. E’ inevitabile credo che oltre un certo livello l’allenamento specifico/tecnico venga a prevalere su quello generale…ma la strada per arrivare all’eccellenza è lunga e noi crediamo davvero che lo sviluppo sinergico e simultaneo delle abilità motorie e delle varie componenti della forza muscolare possa in molti casi fare la differenza. In che misura questo modo di procedere sia applicabile ai vari contesti non è semplice determinarlo e non ha sicuramente una risposta univoca.
    Come scritto da swarovsky ogni situazione va considerata a se stante e presenta problematiche che non possono essere generalizzate.
    Ad ogni modo essere un rawer è in primis legato ad un modo di concepire l’allenamento, un approccio mentale alla sfida, un costante confronto per cercare la strada più efficiente…allenati dove vuoi, allenati con quello che hai, allenati alla prestazione…è l’unione di questi elementi che secondo noi può fare la differenza.

  24. zalex5 ha scritto:
    24 gennaio 2013

    mmm forse ho scritto troppo -.-'

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